Le lingue sono un mezzo, non un fine.

bambini bilingue

Prima di diventare mamma e trasferirmi a Roma, ho vissuto per un anno e mezzo a Shanghai. Un’esperienza unica di cui vorrei parlarvi presto, per raccontarvi quel meraviglioso mondo ricco di contraddizioni che è la Cina. Che non è la Cina che uno si immagina davanti al menù in italiano di un ristorante cinese, o nell’incontro-scontro con le numerose (e chiuse) comunità cinesi presenti in molte città italiane ed europee. La Cina è – lo è stata perlomeno per me, ma sono quasi sicura che lo è per molte persone che ci hanno avuto a che fare – una fantastica alternativa da cui guardare il mondo, è spalancare gli occhi davanti all’evidenza che il concetto di “normalità” è relativo, che l’abitudine è quanto più rassicurante ma allo stesso tempo limitante possa esistere, che le differenze sono reali, e sono belle, nella loro immensità, nella loro assurdità.

Ok, mi sono fatta prendere la mano. Non era di questo che volevo parlare oggi.

Dicevo, appunto, a Shanghai mi capitava quotidianamente di conoscere tante persone: persone con storie simili alla mia, la classica laurea che in Italia non aveva un gran futuro, un biglietto aereo, e via a seguire il nostro cervello in fuga. A volte persone straordinarie, con un bagaglio di racconti molto più pesante della valigia con cui viaggiavano.  Si conoscevano anche famiglie che per seguire il lavoro di uno dei due coniugi (generalmente, il papà) aprivano le porte della loro vita ad alcuni anni totalmente al di fuori dall’ordinario. Ritrovandosi poi a chiedersi se valesse davvero la pena tornare indietro. Parte integrante di questi nuclei familiari erano ovviamente i loro figli. Bambini  catapultati in un mondo completamente diverso da quello conosciuto, ritrovandosi in una favola dal sapore di zenzero e thè in compagnia dei loro personaggi preferiti – mamma e papà, appunto.

All’epoca io ero quanto di più distante potesse esistere dall’universo “figli-famiglia”, e non mi rendevo conto delle paure e delle ansie che potessero esserci dietro tali decisioni, quando si è genitori e si decide di diventare expat in un mondo tanto lontano dal nostro. Eppure, la maggior parte delle persone con cui mi è capitato di parlare, raramente rimpiangeva la scuola italiana e il relativo sistema educativo, men che meno le poche opportunità che avrebbero potuto offrire ai loro figli se non fossero partiti.

Indubbiamente, l’aspetto linguistico è il primo ostacolo che una famiglia expat si trova ad affrontare, e che generalmente i bambini superano molto più in fretta dei loro genitori.

 

Una sera, in una pizzeria di Shanghai (ebbene si, a Shanghai si mangia la pizza e capita anche di trovarla veramente buona!) stavo chiacchierando con la figlia seienne di una coppia di italiani. La bimba frequentava la scuola internazionale, aveva compagni di classe di varie nazionalità, studiava inglese e cinese e, inutile dirlo, era molto sveglia. Nelle sue frasi, parole italiane, cinesi e inglesi venivano mescolate casualmente, in automatico, con delle pronunce assolutamente perfette (in particolare, ho invidiato la perfezione del suo cinese, che io dopo cinque anni di università me la sognavo!). Frasi tipo I study Zhongwen” (studio cinese) oppure my tongxue told me” (il mio compagno di classe mi ha detto), erano pronunciate con una tale naturalezza all’interno di un discorso in italiano, che ricordo di aver provato una sana invidia per quella bimba che, a soli sei anni, partiva già ad affrontare il mondo con una marcia (ma anche due, tre) in più rispetto dei suoi coetanei. Quella bimba era totalmente ignara del potenziale che stava acquisendo quasi senza sforzo. Per lei, come per molti bambini che si trovano ad imparare più di una lingua fin da piccoli, le lingue saranno un mezzo, non un fine, come effettivamente dovrebbe essere.
tastiera cinese

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