L’anno della capra

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Manca poco al Capodanno Cinese, che quest’anno cadrà il 19 febbraio, data in cui avrà inizio l’anno della Capra. Il Capodanno Cinese è la festa più sentita in Cina, e i festeggiamenti sono di gran lunga superiori a quelli per il Capodanno ufficiale (o per lo meno ufficiale per il resto del mondo), ugualmente celebrato ma senza troppa enfasi. Una festa che dura ben due settimane, in cui il motore economico cinese si spegne (quasi) totalmente, le aziende chiudono, si sta in famiglia. Durante questo periodo, Shanghai si svuota. Data la grande presenza di migranti provenienti dalle campagne e da aree meno sviluppate del Paese, si assiste infatti ad un esodo di massa di chi ritorna al villaggio d’origine per celebrare questa festività con i propri cari. Rimangono gli Shanghairen, gli Shanghainesi, che si godono la propria città infiocchettata per l’occasione. Le strade, le case, le aree di interesse turistico, sono un brulicare di addobbi di ogni sorta, per lo più a scopo propiziatorio, essendo la scaramanzia cosa ben radicata in tutta la Cina. Botti e fuochi d’artificio riecheggiano da ogni dove durante tutto il periodo, culminando ovviamente la notte di Capodanno, con una baraonda pirotecnica da far impallidire chiunque. Napoletani compresi.

Anno del coniglio
Yuyuan Garden – Shanghai
Anno del coniglio
Foto pessima, ma in quanto a botti siamo tranquilli
anno del coniglio
Correva l’anno del coniglio in quel di Shanghai

Ho avuto la fortuna di trascorrere a Shanghai ben due capodanni, il primo apriva l’anno del coniglio, il secondo l’anno del drago, quest’ultimo considerato uno degli anni più fortunati, e che non a caso ha visto un boom di gravidanze e di nascite. La capra invece non piace particolarmente ai cinesi. I bambini nati sotto il segno della Capra, infatti, pur essendo buoni, onesti, leali, saranno persone deboli e passive (caratteristiche attribuite, appunto, all’animale stesso), e perciò destinate a non avere successo nella vita. Sono quindi iniziate le corse agli ospedali e cesarei programmati in modo da far nascere i propri figli durante l’anno ancora in corso, quello del cavallo. Se vi interessa, leggete questo articolo. Questa cosa mi fa abbastanza rabbrividire, anche se non avrei molta voce in capitolo, rientrando a pieno titolo nel boom di gravidanze iniziate e terminate nell’anno del drago…ma è un caso eh!

Vellutata di zucca, porri e zenzero

A volte basta un dettaglio, quell’ingrediente in più aggiunto ad una ricetta, per ringalluzzire i nostri sensi e riportarci in una determinata atmosfera, in un posto dove abbiamo lasciato il cuore. Un viaggio per l’anima e per la mente, quando con il corpo non ci riusciamo a schiodare dalla routine quotidiana.

Credits: pinterest
Credits: pinterest

Sarà per questo che, nell’ultimo periodo, lo zenzero non  manca mai in casa mia.

Lo zenzero è una radice di origine asiatica. Molto usata nella cucina orientale, è ormai facile da reperire anche nei nostri supermercati. Si dice faccia molto bene al nostro organismo. Le donne cinesi, ne fanno un largo uso anche nel puerperio, per riassestare il corpo dopo la gravidanza. In particolare, lo consigliano la mattina in un infuso o nel thè, tagliato a rondelle e lasciato in infusione.

Complice un forte raffreddore e qualche rimedio della nonna trovato nei libri di cucina naturale, quest’inverno ho iniziato a grattugiare lo zenzero direttamente nel thè, abbinandolo al limone e ad un cucchiaino di miele. Vi assicuro che i benefici si sentono: oltre ad offrire un certo sollievo da tosse e raffreddore, ho notato dei miglioramenti anche a livello di stomaco (il mio punto debole): è infatti un toccasana per la digestione e per la riduzione del senso di gonfiore. Tant’è che, soprattutto nei periodi di eccessi alimentari, ora non riesco più a farne a meno.

In estate, quando sicuramente avrete meno voglia del thè caldo, aggiungetelo alle centrifughe…provate carota, mela, arancia e zenzero e fatemi sapere! Può essere anche un’idea carina per un aperitivo healthy con le vostre amiche!

In questi giorni della merla, in cui al freddo si sono aggiunti una serie di compleanni abbastanza importanti (il mio e quello di mio figlio!) con conseguente abuso di dolci e grassi saturi (ma era doveroso festeggiare, non ci posso fare niente!), ieri ho deciso di rimettermi un po’ in riga con questa ricetta veloce e salutare:

Perdonatemi la foto Pinterest, ma la mia vi avrebbe fatto passare la voglia (sorry)
Perdonatemi la foto Pinterest, ma la mia vi avrebbe fatto passare la voglia (sorry)

Vellutata di zucca, porri e zenzero

Ingredienti per due persone:

– un quarto di zucca

– due porri

– una patata per addensare (facoltativa)

– zenzero

– sale, pepe, olio evo.

Sbucciate e tagliate a tocchetti la zucca, la patata e i porri. Immergeteli nell’acqua fredda (non mettetene troppa, altrimenti la vellutata verrà troppo liquida) e portate a ebollizione. Salate e continuate a cuocere finche le verdure saranno abbastanza morbide da essere frullate. Frullate il tutto, e aggiungete lo zenzero grattugiato al momento. Servite con una spolverata di pepe e un cucchiaino di olio d’oliva.

Fatemi sapere!

New York nano-friendly

Nonostante metà del mio cuore sia indissolubilmente legata all’Asia, un posto speciale nell’altra metà è occupato dalla Grande Mela. Può sembrare un ossimoro, oriente e occidente, modernità e tradizione, capitalismo e comunismo. Cina e America.

New York Skyline

Ma New York, è New York. E’ sempre stata nella mia lista dei viaggi da fare, pur continuando a prendere strade verso la direzione opposta. Per tale motivo, quindi, la prima volta, ho fatto un giro un po’ largo per arrivarci, partendo da Shanghai con un volo diretto di 12 ore. Eravamo in due, incredibilmente innamorati, e il mondo nelle nostre mani. Fu un viaggio indimenticabile, mi sentivo come una bambina giunta nel Paese dei balocchi, e la Grande Mela mi ha conquistata come nessun altro posto al mondo ha mai saputo fare.

Il West Village, una bici a noleggio con cui percorrere il ponte di Brooklyn, un musical a Broadway, il pic nic di Pasqua a Central Park….e ovviamente, taxi gialli e colazioni da Starbucks, che i cliché, in questi casi, ci stanno tutti!

New York West Village

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La seconda volta, sempre incredibilmente innamorati, eravamo in tre. Un viaggio dai mille significati, la promessa di un ritorno, la volontà di riprendere a viaggiare sul serio, il dimostrarsi che essere genitori non vuol dire rinunciare alle proprie passioni.

Non nego che questa volta le ansie non siano mancate, soprattutto prima della partenza. Ma ne è valsa la pena metterle da parte.

Le 7 ore di volo, che mi spaventavano di più delle 12 della volta precedente, tra giochi, biscotti (tanti biscotti!) e chiacchiere con altre mamme presenti sull’aereo, sono in qualche modo passate. E poi conviene approfittare di volare con bambini al di sotto dei 2 anni, che viaggiano gratis. Unica accortezza: evitate gli scali in suolo americano! Negli USA, infatti, nell’aeroporto di scalo i bagagli vanno ritirati e imbarcati nuovamente, e i passeggeri devono fare un secondo check-in…il tutto fa perdere un sacco di tempo e, nel nostro caso, ci ha fatto perdere anche la coincidenza…a bagagli già imbarcati! Il tutto si è fortunatamente risolto, con qualche non prevista a Philadelphia e le valigie ritrovate a destinazione.

Con il fuso orario abbiamo avuto davvero pochi problemi, anzi, nostro figlio si è abituato molto più in fretta di noi (a parte la sveglia alle 3.30 del primo giorno, che tuttavia ci ha costretti ad un’improbabile quanto memorabile passeggiata nell’alba newyorkese).

uomini

Per la pappa abbiamo alternato omogeneizzati portati dall’Italia con frullati e centrifughe “to go“, che a New York si trovano in ogni angolo, e con cui riempivamo il biberon più volte al giorno. Inoltre, è stato divertente sperimentare assieme a nostro figlio l’enorme varietà di cucine e di ristoranti che la metropoli offre. Il nostro posticino preferito in assoluto (che mi ha fatto conoscere Lui, contagiandomi subito la mania!) è l’Hummus Place. Cucina vegana, diversi tipi di hummus e una serie di prelibatezze tra cui il babaganoush, un antipasto medio-orientale a base di polpa di melanzane. E per un ritorno nella nostra amata Cina, i xiaolongbao (ravioli cotti al vapore, detti anche dumping) di Joe’s Shanghai in China Town sono un must! E il bai mifan (riso in bianco) con le kuaizi (bacchette) l’ha mangiato anche il nostro cucciolo!

In quanto a cose da fare, New York è una scoperta continua. Certo non ci siamo concessi nessuno spettacolo a Broadway, non abbiamo noleggiato le bici, e per questa volta abbiamo tralasciato qualsiasi museo e galleria, ma è stato bellissimo scoprire la città in versione nano-friendly. Ci sono un sacco di parchi per bambini, vere e proprie zone relax per piccoli e grandi (mamme, papà o baby sitter che siano), con tanto di giochi ad acqua e bambini liberi di bagnarsi –che tanto si va al parco con il cambio completo e mamme italiane rilassatevi che essere ansiose e apprensive non è per niente cool – spazi a terra su cui colorare, e…scoiattoli everywhere!

parco giochi

scuolabus

E poi i tombini che fumano che “mamma scotta!“, le camminate infinite, e Central Park, che è sempre così poetico! Questa volta, inoltre, siamo riusciti a farci un giro a Brooklyn. Avrei voluto perdermi tra le bancarelle del mercato delle pulci di Williamsburg, ma proprio quella domenica era sostituito da un altro evento, quindi ci siamo “accontentati” di una pausa relax con vista su Manhattan e di una passeggiata in piena atmosfera hipster!

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E dopo soli due giorni di vacanza, mio figlio, un anno e mezzo di nanetto ancora poco parlante, si è rivolto ad una commessa ripetendo il nostro bye bye…ok, livelli di orgoglio genitoriale ai massimi storici! Mi è anche giunta una mezza proposta tipo “potreste farvi un mesetto qui voi due, lo sai quanto impara?“…ma deve essere passato uno scoiattolo che se l’è portata via! 😉

Se consiglierei un viaggio a New York con bambini piccoli? Assolutamente si, e non date retta a chi vi scoraggia. E’ un bagaglio di stimoli che non può che far loro bene…oltre che una bella esperienza in
formato famiglia!

L’inglese a casa

Introdurre una lingua straniera nel quotidiano è il modo migliore per apprenderla.

Credits: Pinterest
Credits: Pinterest

Tranquille, non dovete mettervi in casa tavolini-Union Jack e nemmeno convertirvi allo Shabby Chic! Un corso di inglese (o di qualsiasi altra lingua) è sicuramente importante per gettare le basi da cui partire, ma è importante non relegare l’apprendimento alle – spesso poche – ore di lezione. Ovviamente non sto dicendo che nel tempo libero uno possa prendere l’aereo e portare l’allegra brigata a prendere un thè dalla regina, ma basta seguire alcuni semplici accorgimenti per portare l’inglese anche a casa, introducendolo nella normale routine dei vostri figli. Quante volte, per esempio, ci ritroviamo a lottare per strapparli dalla televisione, generalmente con scarsi risultati?! A me succede già ora che mio figlio ha due anni, non oso pensare cosa accadrà quando ne avrà qualcuno di più…quindi, piuttosto che arrabbiarsi e strillare (strillare?! chi, io?!), concediamo pure un cartone animato in più, purché sia in inglese! Se avete l’abbonamento a Sky, per esempio, saprete già che per ogni programma, cartoni animati compresi, potete impostare la lingua che preferite, italiano o originale, che solitamente è in inglese! Quindi quando non ne posso più dell’ennesima puntata della Paw Patrol e di Alex che non vuole andare dal dentista, tasto giallo,  e via…si ascolta in inglese! Così io mantengo allenato l’ascolto, e mio figlio fa una full immersion di inglese per 20 minuti! Capisce? Non so, non credo, ma è un inizio per abituare orecchie e cervello ad una nuova lingua. Mi rendo conto che  i bambini un po’ più grandi possono essere difficili da convincere, ma cerchiamo di farla vivere loro come una sorta di avventura, un gioco per immaginarsi in un posto nuovo….o semplicemente come l’unica opportunità per non spegnere la tv!!! Come alternativa a Sky, potete noleggiare dei DVD in biblioteca o ricorrere all’amato youtube.

NickJr
NickJr

Nei momenti in cui leggete assieme, proponete qualche libro in inglese. Nei post precedenti ho dato qualche consiglio per delle letture in inglese, diverse a seconda dell’età. A me piace molto andare in biblioteca con mio figlio, per lui è un gioco esplorare quella sala a misura di nano, e poter prendere tutti i libri che vuole dagli scaffali (cosa che gli impedisco di fare quando siamo in libreria!)…di solito le biblioteche sono abbastanza fornite di libri in diverse lingue, soprattutto ora che le città sono sempre più multietniche. L’altro giorno ho riso un sacco quando siamo usciti con un libretto in cinese, e mio figlio, attraversando l’aula studio piena di ragazzi, ha creato lo scompiglio mostrando a tutti il libro che la mamma gli stava facendo portare a casa, ovviamente tra le risate generali!!!

Credits: thislittlestreet.com
Credits: thislittlestreet.com

Un altro accorgimento, è quello di ripetere brevi espressioni nelle più comuni situazioni quotidiane. Un “let ‘s go” prima di uscire, al posto del solito “andiamo”, oppure un thank you” o un bye bye”, aiutano il bambino a familiarizzare fin da subito con le prime parole straniere. E poi, perché non organizzate una bella merenda in stile inglese?! Magari a breve potremmo approfondire l’argomento con un post mirato…intanto fatemi sapere che ne pensate di questi semplici consigli! Io aspetto i vostri!

man man lai

C’è un’espressione cinese molto diffusa nel quotidiano, e che ogni tanto mi capita di ripetere senza accorgermene, abituata come ero ad usarla.

Si tratta di man man lai, 慢慢来, composta dai caratteri man, “lento” e lai, “venire“, e si potrebbe tradurre con il nostro “piano, piano”, “un po’ alla volta”. Nulla di particolare, ma mi piace come in Cina tale espressione venga usata di frequente quando si discute di un progetto in cui si è coinvolti, di un lavoro o di uno studio che si sta portando avanti, di una nuova situazione a cui si sta cercando di adattarsi. Abituati come siamo a pretendere “tutto e subito”, da noi stessi e dagli altri, sentendo quasi come un fallimento il dover aspettare delle tempistiche che ci rallentano, dovremmo rilassarci e vederla un po’ con i cinesi, piano piano tutto si realizza, un po’ alla volta i risultati arrivano, si raccolgono i frutti del nostro lavoro.

manmanlai

Anche con l’apprendimento di una lingua straniera vale assolutamente la stessa cosa. Non dobbiamo scoraggiarci se ci sembra di non capire mai abbastanza, di non riuscire a dire quello che vorremmo, l’importante è non demordere, non smettere di ascoltare e di provare, mettersi in gioco anche quando ci sembra di fare delle figuracce…e man man lai, un po’ alla volta, ci ritroveremo a padroneggiare contesti comunicativi che mai avremmo immaginato.

Quando si è a tavola e si sta per iniziare il pranzo, noi diciamo “Buon appetito” (forse nemmeno quello, molto spesso!), e in poco tempo ingurcitiamo calorici fast food mentre controlliamo il cellulare, la mail, e guardiamo la televisione. I cinesi invece dicono man man chi 慢慢吃“mangia lentamente”, goditi il pranzo, il cibo, il momento. Dicesi slow food, da questa parte del mondo.

Quando ci rimproverano di essere lenti nel fare le cose, teniamo a mente che, sempre su questa Terra, la lentezza è un augurio, non una colpa!

Buon fine settimana, e che sia lento più del lunedì!

Flashcards e vestiario

E’ ufficiale: sono impazzita per le Flashcards! E non so come ho fatto a snobbarle per così tanto tempo!

Le flashcards, ovvero serie di cartoline che riportano l’immagine di un oggetto con relativo nome (in inglese), sono un potente mezzo per l’apprendimento di nuovi vocaboli, e da quanto ho iniziato ad utilizzarle ai corsi noto la differenza. Parole che lette in un testo o semplicemente dettate spesso entrano con effetto “meteora” nella memoria dei bambini, se introdotte tramite immagini vengono invece memorizzate con molta facilità. La memoria visiva gioca sicuramente un ruolo molto importante, ma la cosa bella delle flashcards è che possono dare vita anche a giochi divertenti, che coinvolgono anche le menti più stanche e distratte.

Basterà semplicemente mostrarle una o due volte ripetendo assieme i nomi degli oggetti, per poi riproporle nascondendo il nome in questione…e un punto in più per chi indovina come si chiama l’oggetto che state mostrando! Divertente anche dividere il gruppo a squadre, se numeroso.

La flashcards possono accompagnare anche una canzone, cantata e mimata assieme.

Ieri abbiamo imparato i nomi dei principali indumenti utilizzando queste flashcards.

 

Credits: ELS-kids
Credits: ELS-kids

 

Credits: ELS-kids
Credits: ELS-kids

 

Potete scaricare l’intero pdf qui e qui, oppure date un occhio direttamente al sito ELS-Kids, dove potete trovare molti altri PDF a seconda del tema che vi interessa.

Ed ecco la canzone sul tema , dal libro Canta e impara l’inglese! (il libro contiene un cd per le canzoni che propone, potete ascoltarne un pezzettino qui)

I PUT ON MY HAT             

Canta e Impara l'inglese

I put on my hat

I put on my shoes

I put on my skirt

I’m ready to move!

 Move on the left!

Move on the right!

 

I put on my dress

I put on my shoes

I put on my gloves

I’m ready to move!

 Move to the left!

Move to the right!

 

Ovviamente potete continuare sostituiendo i nomi degli indumenti a vostro piacimento, fingendo di indossarli!

Buon divertimento e fatemi sapere quando siete tutti vestiti!

Le lingue sono un mezzo, non un fine.

bambini bilingue

Prima di diventare mamma e trasferirmi a Roma, ho vissuto per un anno e mezzo a Shanghai. Un’esperienza unica di cui vorrei parlarvi presto, per raccontarvi quel meraviglioso mondo ricco di contraddizioni che è la Cina. Che non è la Cina che uno si immagina davanti al menù in italiano di un ristorante cinese, o nell’incontro-scontro con le numerose (e chiuse) comunità cinesi presenti in molte città italiane ed europee. La Cina è – lo è stata perlomeno per me, ma sono quasi sicura che lo è per molte persone che ci hanno avuto a che fare – una fantastica alternativa da cui guardare il mondo, è spalancare gli occhi davanti all’evidenza che il concetto di “normalità” è relativo, che l’abitudine è quanto più rassicurante ma allo stesso tempo limitante possa esistere, che le differenze sono reali, e sono belle, nella loro immensità, nella loro assurdità.

Ok, mi sono fatta prendere la mano. Non era di questo che volevo parlare oggi.

Dicevo, appunto, a Shanghai mi capitava quotidianamente di conoscere tante persone: persone con storie simili alla mia, la classica laurea che in Italia non aveva un gran futuro, un biglietto aereo, e via a seguire il nostro cervello in fuga. A volte persone straordinarie, con un bagaglio di racconti molto più pesante della valigia con cui viaggiavano.  Si conoscevano anche famiglie che per seguire il lavoro di uno dei due coniugi (generalmente, il papà) aprivano le porte della loro vita ad alcuni anni totalmente al di fuori dall’ordinario. Ritrovandosi poi a chiedersi se valesse davvero la pena tornare indietro. Parte integrante di questi nuclei familiari erano ovviamente i loro figli. Bambini  catapultati in un mondo completamente diverso da quello conosciuto, ritrovandosi in una favola dal sapore di zenzero e thè in compagnia dei loro personaggi preferiti – mamma e papà, appunto.

All’epoca io ero quanto di più distante potesse esistere dall’universo “figli-famiglia”, e non mi rendevo conto delle paure e delle ansie che potessero esserci dietro tali decisioni, quando si è genitori e si decide di diventare expat in un mondo tanto lontano dal nostro. Eppure, la maggior parte delle persone con cui mi è capitato di parlare, raramente rimpiangeva la scuola italiana e il relativo sistema educativo, men che meno le poche opportunità che avrebbero potuto offrire ai loro figli se non fossero partiti.

Indubbiamente, l’aspetto linguistico è il primo ostacolo che una famiglia expat si trova ad affrontare, e che generalmente i bambini superano molto più in fretta dei loro genitori.

 

Una sera, in una pizzeria di Shanghai (ebbene si, a Shanghai si mangia la pizza e capita anche di trovarla veramente buona!) stavo chiacchierando con la figlia seienne di una coppia di italiani. La bimba frequentava la scuola internazionale, aveva compagni di classe di varie nazionalità, studiava inglese e cinese e, inutile dirlo, era molto sveglia. Nelle sue frasi, parole italiane, cinesi e inglesi venivano mescolate casualmente, in automatico, con delle pronunce assolutamente perfette (in particolare, ho invidiato la perfezione del suo cinese, che io dopo cinque anni di università me la sognavo!). Frasi tipo I study Zhongwen” (studio cinese) oppure my tongxue told me” (il mio compagno di classe mi ha detto), erano pronunciate con una tale naturalezza all’interno di un discorso in italiano, che ricordo di aver provato una sana invidia per quella bimba che, a soli sei anni, partiva già ad affrontare il mondo con una marcia (ma anche due, tre) in più rispetto dei suoi coetanei. Quella bimba era totalmente ignara del potenziale che stava acquisendo quasi senza sforzo. Per lei, come per molti bambini che si trovano ad imparare più di una lingua fin da piccoli, le lingue saranno un mezzo, non un fine, come effettivamente dovrebbe essere.
tastiera cinese